GUIDO CAVANI

La vita e le opere dello scrittore modenese

Guido Cavani nacque a Modena il 5 ottobre 1897 da Remigio e Corinna Brugnoli, primo di cinque figli. La pur dignitosa modestia, della famiglia (il padre era cameriere) non gli permise di frequentare la scuola oltre la terza classe dell’istituto tecnico, costringendolo inoltre, ancora studente, ad entrare precocemente nel mondo del lavoro, dapprima con saltuari incarichi di cascherino e di venditore, poi con quello fisso di fattorino presso la tipografia dell’Immacolata.

Ottenuta in seguito la licenza tecnica, fu assunto come commesso alla libreria Vincenzi, una delle più importanti della città. Chiamato alle armi con la classe 1899 (era stato rivedibile due volte), partecipò al primo conflitto mondiale come soldato semplice, e lo fu sugli altipiani di Asiago e a Caporetto. Congedato, entrò nell’amministrazione comunale come guardia municipale, impiego modesto che gli permetteva però di dedicarsi alla poesia.

Guido Cavani

La prima raccolta, Liriche campagnole, uscita nel 1923 dalla tipografia in cui il Cavani aveva lavorato, rivela un predominante timbro pascoliano. La sua seconda pubblicazione, La terra, un dramma d’ambiente contadino in endecasillabi, uscì a Milano dieci anni dopo; il taglio decisamente verista della narrazione − una dura vicenda familiare che in qualche tratto e in qualche personaggio anticipa Zebio Còtal − era trasferito sul piano lirico da una forma classicheggiante che mai scadeva nell’aulico, riuscendo anzi con ammirevole disinvoltura e interessante chimismo ad agglutinare toni e stilerni del linguaggio quotidiano.

Aveva intanto ottenuto di venir sganciato dall’organico, e di passare come bibliotecario all’istituto Lodovico Ferrarini, fondato dall’ornonimo deputato socialista e dotato di mezzi sufficienti per accrescere e aggiornare la già ricca biblioteca, costituita all’origine con lo scopo preciso di offrire un utile e accessibile strumento culturale alle classi meno abbienti. Presso il Ferrarini ebbe opportunità di arricchire e precisare il proprio patrimonio culturale, iniziando anche a misurarsi con vari esponenti della cultura modenese che frequentavano l’istituto.

Nel 1940 uscì presso Guanda Lumi di sera, la sua seconda raccolta di liriche, pubblicata come tutte le altre a proprie spese. Il buon successo di stima tra amici e conoscenti lo incoraggiò. Dal 1940 al ’42 compose le 36 poesie che formeranno il volumetto Solitudini (Modena 1950); le memorie autobiografiche (i genitori perduti nel 1928 e nel 1938, una giovinetta “morta diciottenne, primo amore dell’adolescenza”, p. 38) si compongono in un livello esistenziale, straordinariamente calibrato nella forma e nelle immagini, attinte quest’ultime a paesaggi e presenze naturalistiche di notevole suggestione. Sarà questo il timbro fondamentale di tutta la produzione lirica del Cavani, che si articolerà negli agili volumetti Fatica di esistere (1953), Misericordia del tempo (1954), Riposo d’ogni giorno (1955), Nei segni della festa (1957), Nei ritorni a me stesso (1960), tutti stampati a Modena, e infine nel postumo Approdare in calma (Modena 1976).

Estintosi nell’immediato dopoguerra l’istituto Ferrarini, il C. rientrò per qualche tempo nell’organico, ma ben presto fu distaccato alla Bibl. Poletti, dove resterà fino al pensionamento. Scrisse intanto e pubblicò su riviste di notevole importanza e diffusione (Palatina, Paragone, La Fiera letteraria, Il Narciso di Torino) poesie e racconti, molti dei quali raccolti in Racconti in penombra (Modena 1967). Del 1956 è la “cronaca sceneggiata in quattro tempi” Silvestro (Modena 1958), segnalata al premio Marzotto 1958 per il teatro; e nell’ottobre 1958 uscì a Modena – stampato a sue spese – Zebio Còtal, il romanzo che, scoperto da Pasolini e ripubblicato nel 1961 da Feltrinelli, rivelerà il Cavani alla critica e al pubblico.

Guido Cavani a 50 anni

Ambientato a Pazzano di Serramazzoni nell’Appennino modenese − dove ora il Cavani è sepolto e dove gli è intitolata una scuola (1977) − Zebio Còtal è dominato dalla figura del protagonista, un contadino violento e protervo, spesso gratuitamente crudele, che distrugge se stesso e la famiglia in preda a un odio cieco e giustificabile solo con l’amara condizione di povertà e frustrazioni in cui è costretto a vivere. In bilico tra l’ideale “romanzo ermetico… e tutto poetico” e un “estremo, sfinito prodotto del verismo verghiano, filtrato magari attraverso le dannunziane Novelle della Pescara” (Pasolini), cui è altrettanto, se non più illuminante, accostare anche Tozzi (Baldacci), il romanzo (nuova edizione, 1975) riesce a sublimare il suo “ritardo” stilistico in una rappresentazione drammaticamente allucinata di una realtà umana e sociale ai limiti dell’assurdo, cui si riesce a guardare senza sentimentalismi e senza compassione ma con profonda pietà mai inquinata dai cedimenti lagrimosi o dalle imprecazioni melodrammatiche così consueti a tanta narrativa neorealista. Sicché anche la letterarietà del dettato si rivela alla fine eccezionalmente funzionale all’obbiettività della rappresentazione, a creare quella tensione altamente drammatica che costituisce la caratteristica saliente e più inquietante di questo straordinario e insolito racconto, premiato nel novembre 1961 con la targa d’oro del premio Librai milanesi.

L’eccezionale equilibrio raggiunto in Zebio Còtal non si ritrova in Il fiume, scritto tra il marzo 1962 e il marzo 1963, e pubblicato a Modena nel 1965, ed è solo parzialmente presente nell’incompiuto e postumo Creature (1970, in Racconti in penombra), un romanzo di ampio respiro del quale restano solo 15 capitoli e una traccia conclusiva.

Guido Cavani

Nel 1963 il Cavani ottenne il premio La Secchia, riservato ai modenesi illustri. Da tempo sofferente, il Cavani morì a Modena il 23 aprile 1967 e venne sepolto presso il cimitero di Serramazzoni insieme ai suoi cari.