RACCONTI INEDITI SENIOR – Tema: Irraggiungibile

1° classificato

 

AL DI LÀ DELLA STRADA di Valeria De Cubellis

 

Anche schiudere gli occhi nel risveglio risulta ostico a una certa età. Palpebre di tessuto umano diventano cemento che sfrega su pupille di vetroresina un numero di volte imprecisato prima di raggiungere la messa a fuoco che non è velocità ma contemplazione cieca. Lui raggiungeva la nitidezza sull’immagine del rosone ingiallito del lampadario: una notevole soddisfazione. Dopo veniva la fatica più consistente, quella del movimento degli arti perchè la pausa notturna da tempo non era più riposo ma allenamento da tumulazione.

Si sollevava, superava il capogiro, guadagnava l’equilibrio, sopportava ad ogni passo i dolori artritici dei piedi per raggiungere il bagno e tutto questo per conquistare il gravoso diritto alla minzione. Non si trattava di centrare la tazza stando in piedi, perché quella rappresentava ormai una pretesa fantascientifica: la faccenda era semplicemente di farla uscire. Sedeva sul gabinetto e cominciava a spingere, ed era diventato così difficile che quasi sempre, prima di una decina di centilitri di urina, calava nella tazza un siluro di materia fecale in quantità sufficiente per la copertura della produzione giornaliera. Sebbene ciò volesse dire che almeno non soffriva di stitichezza, anche quel mattino Benedetto Pestossi pensò che a una certa età sarebbe opportuno abbandonare Madre Terra.

Si fece il bidet, operazione che gli procurava fitte acute alla spalla sinistra, anchilosata dall’artrite, indossò gli stessi boxer che aveva tolto per lavarsi. Insaponò mani, faccia, orecchie, in un modo che ai giovani non riesce: con dovizia di cura. Non si fece la barba: l’aveva rasata il giorno prima. Dopo averla annusata in zona ascellare, vestì la camicia color cachi che tornò a prendere in camera, appesa sulla sedia accanto al suo comodino: tutte le camicie che possedeva erano in tinta cachi. Con qualche variazione di tonalità, magari, ma sempre color cachi. Infilò jeans scoloriti e troppo puntuali sulla caviglia per effetto antigravitazionale delle bretelle e bestemmiò a fior di labbra quando si accorse di essersi dimenticato di infilare i calzini: impossibile piegarsi con i jeans. Tolse i pantaloni, mise i calzini, rivestì i pantaloni: giunse in cucina col passo di Gesù Cristo sul Golgota.

“Buongiorno”.

Rita Nescio in Pestossi era seduta al tavolo. Come tutti i mercoledì mattina lo stava aspettando. Teneva in braccio l’essere a cui più era affezionata dopo figli e nipoti, il cane Willy, bastardino raccattato al canile che possedeva le caratteristiche salienti della padrona: era antipatico e bolso. Il marito, nella sua classifica sentimentale, veniva collocato a un livello imprecisato ma comunque molto dopo il cane. E infatti se non le calò la grazia nel saluto fu perchè non distolse lo sguardo dall’animale. Non che lui ci tenesse a guardarla in faccia, in particolare il mercoledì mattina: sapeva bene che per andare al mercato si cospargeva le labbra di un rossetto grasso di colore rosa per effetto del quale i denti risultavano ancora più gialli.

Inoltre gli orecchini con i pendenti di corallo che usava indossare per l’occasione mettevano in evidenza la molle plissettatura della pelle del viso: a ben guardare quelle pieghe erano ricche di comedoni che parevano giacimenti di carbone. Aveva sempre immaginato che quei crateri scuri fossero abitati da insetti, come piccole cimici nere, con lunghe zampe seghettate e sottili. Ricambiò il saluto di malavoglia quando aveva già messo sotto i denti mezza fetta biscottata con la marmellata, sfidando consapevolmente il galateo per questione di necessità: girare quel saluto sulla lingua gli sembrava più sopportabile con qualcosa di dolce in bocca. Detestava le fette biscottate integrali, i piccoli frammenti di fibra si rintanavano nelle fessure fra i denti.

Gli faceva schifo il tè: per risparmiare glielo preparava con la stessa bustina utilizzata per sé un’ora prima. Non gli piaceva la marmellata: per i nipoti comprava la confettura biologica nella bottega macrobiotica, a lui propinava quella del discount. Eppure mangiò tutto e con discreto appetito. Si alzò e lavò la tazza ma non tolse le briciole cadute fuori dal tovagliolo di carta mentre lo raccolse per buttarlo e la moglie glielo fece notare: ubbidendo, passò la spugnetta umida raccattata dal lavabo sui girasoli scoloriti della tovaglia cerata. Quando ebbe finito, andò a mettere le scarpe nell’ingresso: le prelevò dalla scarpiera sotto lo specchio e così si soffermò qualche istante a guardare il suo volto. Aveva la sensazione di vedere quella faccia vecchia e delusa da sempre e capiva lo stupore dei suoi nipoti che faticavano a credere che anche lui era stato un bambino.

Le bancarelle degli ambulanti stavano nel loro paese tutte raccolte dentro piazza Albinati, grande come un campo da pallavolo, e ancora ci sarebbe stato spazio. Non c’era traffico, in centro, nonostante fosse giorno di mercato, e si poteva trovare parcheggio anche a pochi metri dalla piazza. Gli acquisti di Rita si risolvevano così in fretta che Benedetto Pestossi generalmente non scollava le natiche dal sedile: ascoltava la radio o fissava il nulla attraverso il parabrezza. Sapeva anche fare le due cose contemporaneamente. Quel mattino decise di prendere un caffé da Anna. Per farlo passò davanti ai suoi amici Sasio e Sgarola, rispettivamente ottantuno e settantanove anni, che quando non erano alla bocciofila stavano a chiappe piantate su una qualsiasi delle panchine del centro a guardare il viavai: li salutò sollevando il mento ma non lo videro perché erano presi dalla vedova del generale Aricò, vicinissima agli ottanta, che transitava con tacco uno, borsa gonfia di rape e cataratta dei due attaccata alle natiche.

“Bel culo” fece Sgarola.

“Metterlo a pecora” aggiunse Sasio.

“Se ve lo prendete ancora in mano per pisciare siete fortunati tutti e due” sentenziò lui facendo sussultare Sasio che non si aspettava di essere colpito in testa da un commento sarcastico.

Entrò nel bar e salutò alzando il mento: comandò un caffé ristretto mentre placcava sul bancone una moneta da un euro e fu nuovamente sul marciapiede che non era passato un minuto dal suo ingresso nel locale. Ad accoglierlo il dito medio sollevato di Sasio, che ancora gli doveva una risposta. Sgarola non si era offeso per un motivo solo: era sordo. Pestossi non lo diede a vedere, ma si divertì un mondo. Tornò alla macchina e ci trovò già dentro sua moglie. Prima ancora di avviare il motore gli aveva detto che il pesce esposto non era fresco, dai cinesi non avrebbe comprato neanche una tovaglia e che il puzzo di pollo del girarrosti era insopportabile, lo sentiva fin dentro la canottiera. Quando partirono aggiunse che non vedeva l’ora di riabbracciare Willy. Anche Willy aspettava il suo ritorno: abbaiava con le zampe anteriori appoggiate al cancello.

“Non ha smesso un attimo da quando siete usciti” gli disse il confinante: Corrado Tazzone lo stava aspettando al varco con le mani infilate in tasca, davanti alla porta della sua cucina. Diede l’informazione a voce alta, affinché potessero sentire tutti: pareva che non ci fosse nessuno, che le case fossero disabitate, in quella via, ma c’erano. I vicini stavano attaccati ai vetri delle finestre, alle cornici delle porte, nascosti dalle tende o dalle veneziane. Sentivano tutto e tutto vedevano. Tazzone rientrò ghignando. Pestossi incassò e sbollì tagliando l’erba ma poiché l’incazzatura gli aveva fatto calare la vista, non si accorse di passare sul cavo di alimentazione e lo tranciò di netto con la falciatrice elettrica. Per ricollegarlo alla spina gli ci vollero circa venti minuti di travaglio. Comunque riuscì a rasare il prato prima che la moglie lo chiamasse per pranzo. Quando si sedette a tavola, masticò penne al sugo che sotto i denti parevano pongo, guardando ciò che di più ignobile c’era al mondo, dopo la pasta scotta: sua moglie che ingurgitava avidamente pasta scotta. Per il disgusto gli si incresparono spontaneamente le labbra. Si domandò sinceramente sconcertato come avesse potuto, un tempo, infilare la sua lingua dentro quella bocca flaccida. La radio sintonizzata sulle notizie regionali aveva sempre qualche sciagura di cronaca da raccontare, fortunatamente: c’erano vecchi percossi e rapinati, genitori trucidati dai figli, gente truffata. C’era di peggio, insomma, e di questo ringraziava il mondo perché gli risollevava il morale. Tazzone lo chiamò a quattro penne dalla fine. Pestossi uscì ancora deglutendo e restò fermo sulla porta della cucina a guardare l’altro con una mano stretta attorno a un tondino del suo cancello e gli occhiali bifocali in punta di naso.

“Disturbo?” Scese le scale e lo raggiunse.

“Più scotta non può diventare” gli rispose poiché sapeva che lo sfizio suo era quello di rompergli i coglioni e proprio non voleva fargli credere di riuscirci. La natura della sua richiesta gli confermò che l’intento era sempre lo stesso.

“Il muretto è crepato qui” e, scostandosi dal cancello, indicò il divisorio fra i due cortili in un punto che dalla sua posizione Pestossi non poteva vedere: faccenda davvero urgente. Essendo il proprietario di casa, si trattava di un’incombenza a suo carico.

“Te lo stucco nel pomeriggio”.

“Prima delle quindici?”

“Farò il possibile”. Suonò il suo campanello alle 18:45. Pestossi sapeva bene che qualsiasi giorno mandato in terra da Dio o chi per lui, Tazzone pranzava alle 12 e cenava alle 19, e non esistevano capodanni, natali e santissimi silvestri.

“Scusa Corrado, non sono riuscito prima” disse entrando nel cortile. Traduzione telepatica: “Brutto quando rompono i coglioni, eh?”

“Si fa quel che si può” rispose Tazzone. Tradotto: “Immagino la fatica di sparare minchiate con gli amici tuoi”.

Lo aveva visto rientrare poco prima in bicicletta e sapeva che aveva passato il pomeriggio alla bocciofila. Pestossi stuccò due crepe da nulla. Ci mise quasi un’ora perché Tazzone voleva sovrintendere ai lavori e gli fece pagare cara la soddisfazione di farlo: cominciò a cenare alle otto meno dieci e dal nervoso quasi gli andò tutto di traverso. Lui non cenò: non aveva voglia anche quella sera di minestrone in scatola e borbottii appena sfornati. Lavò il secchio dove aveva impastato la malta, pulì spatola e cazzuola, si lavò le mani nel lavandino del garage e uscì in bicicletta dopo aver avvisato sua moglie.

Le sere si erano allungate e Pestossi generalmente stava fuori fino a quando Rita non andava a letto, il che avveniva mai più tardi delle dieci. Gironzolò verso borgata San Giulio: i bordi della strada erano pieni di limacce. Gracidavano le rane nei canali e immaginava, con ribrezzo, scorrendoci sopra con lo sguardo, che quei ristagni d’acqua apparentemente deserti fossero popolati da topi di fogna e bisce, rospi, salamandre. Pedalò fino alla grande casa colonica rossa dei Corrovei, i più grandi produttori agricoli della zona: nessuno dei maschi della famiglia era più basso del metro e novanta, parevano tori su due zampe. Un gelso sconfinava con alcuni rami oltre il loro muro di cinta. Lui appoggiò la bici a terra e si mise con il naso all’insù. Pareva un bambino.

Per un pezzo restò solamente a guardarle ma alla fine non riuscì a trattenersi dall’impulso di saltare per afferrare le more corvine di cui la pianta era carica. Saltò più volte tenendo la mano aperta e sfiorò qualche frutto con la punta delle dita, tre, quattro, cinque volte ma anche i rami più bassi erano irraggiungibili. Quando il cane di casa, abbaiando forsennatamente, raggiunse il cancello facendo rotolare ciottoli di ghiaia fin sulla strada, considerò che era opportuno andare. Si leccò medio e anulare della mano destra e rimontò sulla bici. Tornò in centro e prese un caffé: nel locale non c’era nessuno e tuttavia ebbe da aspettare perchè Anna prima di servirlo sciacquò le tazzine che aveva accumulato nel lavandino per metterle nella lavastoviglie. Dopo il caffé restò seduto per un pezzo su una panchina a guardare quelli che entravano e uscivano dalla pizzeria da asporto. Come Sasio e Sgarola. Chiuse la serata in modo emozionante, con la lettura dei necrologi: della sua leva ormai se ne erano andati in tanti, anche Gino Tacchia che il giorno prima aveva lasciato Maria Carla, tre figli e cinque nipoti.

Guardò l’ora nel campanile della chiesa e tornò a casa. Ripose la bici nel garage, chiuse a chiave basculante e cancello e si sedette sulla sedia davanti alla porta della cucina: non c’era più traccia di Rita in giro, e neanche di Willy. Infilò la mano in una tasca del suo gilet da caccia ed estrasse una scatoletta di latta di liquirizia. Dentro non c’era più, la liquirizia, c’erano tre pezzi di toscano Garibaldi e un accendino. Ne umettò uno leccandolo e lo accese tirando avide boccate. Aveva imparato a farlo senza ubriacarsi: all’inizio era stato colto da piombe travertine che neanche il Barolo, ma può capitare se si inizia a fumare a settantotto anni. Ora reggeva il toscano come un qualsiasi tabagista sui quaranta. Fumò a piene boccate liberando l’aroma nebbioso nell’aria odorosa di terra umida che esalava dal prato appena irrigato. Il lampione davanti a casa si spense improvvisamente: non era la prima volta che succedeva. Aveva chiamato lui stesso l’ufficio tecnico del comune ma, nonostante due interventi, il problema non era stato risolto.

Il buio si raccolse attorno a lui come acqua piovana che discende da una strada in pendenza e fu in quel momento che un’auto entrò nella via. Era una Fiat Punto Classic bianca. Parcheggiò davanti alla villa quadrifamigliare dall’altra parte della strada, all’altezza della casa di Laura che era sua amica e coetanea, ma a differenza di lui era affetta da Alzheimer. Capì, anche non vedendolo chiaramente, che si trattava del figlio Andrea. Era accompagnato da una donna dalla voce squillante. E ne sentì la risata: un canto di sirena. Lo conquistò. La porta di casa, nel buio, venne aperta e anche richiusa, con il loro ingresso. Spense il toscano raschiandone la brace contro la soletta del balcone e andò a dormire in preda a pensieri inquieti. Il buongiorno lui lo vide dalla notte. Con ansia attese che quelle ore scorressero per potersi chiarirsi l’origine affascinante dei suoi turbamenti e faticò ad addormentarsi. Quando aprì gli occhi era finalmente mattino e si era assopito da un paio d’ore appena. Non fece caso alla fatica della messa a fuoco, non guardò il rosone, si sollevò senza capogiri. I dolori articolari non erano spariti ma non li sentì. Entrò in bagno e urinò, senza cagare: che la disuria fosse inversamente proporzionale alla felicità?

In cucina quasi sorrise a sua moglie che lavava i vetri delle finestre con alcol e carta di giornale appallottolata. Rita si preoccupò inutilmente: non poteva immaginare che non era lei l’oggetto della sua osservazione ma il giardino della casa di Laura nel quale Pestossi sperava di veder comparire la strega che nottetempo lo aveva sedotto. Non fece colazione: prese la scala dal garage e si mise a pulire i canali della grondaia che correvano lungo il bordo del tetto, un lavoro che aveva fatto meno di un mese prima: dall’alto poteva tenere sotto controllo comodamente la casa di fronte.

“Di nuovo la grondaia?” Guardò Rita ai piedi della scala e gli rispose in un modo che non aveva fatto mai, in cinquantaquattro anni, nemmeno quando lo aveva portato alla più profonda esasperazione.

Disse: “Fatti i tuoi cazzi”.

Lei si rintanò in cucina. Muta. Dalla reazione capì che avrebbe dovuto farlo molto tempo prima. Quando ebbe finito con la grondaia, si mise a rasare l’erba del giardino, tagliata a dovere il giorno prima.

“Porti il prato a un concorso canino?” urlò Tazzone dal suo cortile. Pestossi si fece ripetere la domanda a motore spento, si avvicinò al muro di cinta fra i due cortili e fece cenno a Tazzone di avvicinarsi.

“Hai rotto i coglioni” gli disse sorridendo.

E Tazzone sorrise anche lui perché al di là della strada vide qualcuno.

“Che sventola” disse.

Benedetto Pestossi si voltò con la bocca già aperta e così la tenne: la vide. E dimenticò chi era, dov’era, Tazzone, sua moglie, il cane. Non sentì più niente: divenne calore. Nel giardino di fronte, in una danza, vide muoversi una femmina di cui non sapeva nulla se non quello che stava vedendo, braccia robuste tese verso le rose che Laura le diceva di tagliare: era la donna della sera prima, probabilmente una nuova badante. Giovane, sulla sessantina. E in mezzo a quelle piccole teste di velluto colorato, nell’incarnato nocciola del suo viso, vide sbocciare lo smalto candido di un sorriso che non era per lui ma non avrebbe dimenticato più.

Quando si piegò, dando loro le terga, non si preoccupò di mostrare il fondoschiena: tondo, pieno come luna. Altro che vedova Aricò: Sasio e Sgarola sarebbero crepati in un botto. A lui per poco non successe, per la sorpresa di sentire l’uccello che s’induriva. Fu colto dal desiderio di abbracciarla, in quella posizione, di aderire con il corpo al suo, di strusciare il suo sesso contro quelle natiche grosse. Con le rose che aveva raccolto, si avvicinò a Laura cantando una canzone:

“Amore amor / portami tante rose / ma tante ancor / scegli le più spinose

le stringerò col cuor / come stringessi te / se non ho più il tuo cuor / che mai sarà di me”*

Gli sembrava di conoscerla, quella canzone. La dea raccolse i fiori in un vaso che sistemò sul tavolo del giardino, accanto allo sdraio dove si era seduta Laura. Quando sentì nuovamente la sua risata, Benedetto Pestossi non ebbe più dubbi: si era innamorato. Capì allora una cosa triste, ne ebbe la più granitica certezza. Capì che quello sarebbe stato un amore solo suo e inconsciamente si leccò le dita come aveva fatto la sera prima quando aveva cercato di raccogliere le more di gelso. Salutò Tazzone e andò a riporre il tagliaerbe nel garage.