RACCONTI INEDITI SENIOR – Tema: All’ultimo momento

1° classificato

 

PRIMO GIORNO DI PRIMAVERA di Chiara Sbrissa

 

Spumose nubi bianche evaporavano tra i versanti calcarei. Di fronte a lui una schiera di frassini neri e nudi salutavano stanchi l’ultimo afflato di sole. Le montagne si aprivano, scavate dalle mani dei titani, facendo emergere le viscere della terra, i respiri della litosfera. Filippo Toniolo la sua battaglia la stava combattendo nel cuore. Soldati recalcitravano fra i ventricoli, anime in trincea sputavano sangue. Come aveva potuto dirgli quelle parole martedì sera? Si sentiva talmente viscido per quello che aveva fatto da provare uno schifo micidiale per se stesso. Per ora non poteva fare altro che accanirsi sull’acceleratore con veemenza e sperare solo di arrivare in tempo. Aveva fatto quel viaggio almeno venti volte, ma questa sarebbe stata la più difficile: il disperato tragitto nella voragine della sua coscienza.

Il profilo maestoso dei silos in cemento sovrastava la zona industriale. Un proliferare di capannoni dai quali usciva un perenne fumo grigio che andava a confondersi con la nebbia dei monti nel più promiscuo degli abbracci. Come un imperatore seduto sul trono più alto, l’altoforno osservava la mischia di tubi e condotti snodarsi ai suoi piedi. Le fabbriche forgiavano materia ventiquattro ore su ventiquattro, sette giorni su sette, incuranti della notte e del dolore che risucchiava la BMW X3 a 170 chilometri all’ora sull’Autobahn 3 Frankfurt-Nurnberg. Il navigatore segnava ancora otto ore e diciannove minuti. Filippo malediceva quel pezzo di mondo così lontano dal luogo in cui avrebbe dovuto essere, a cercare di ricucire quei lembi strappati, a disinfettare la ferita che ancora doveva rigare la fronte di suo padre. Certe cose non vanno via, anche se il sangue si rimargina, il solco all’interno rimane. L’auto macinava chilometri con la voracità di un felino affamato, sfidando il fiotto di vento che imperversava nell’Alta Baviera.

Due ore prima aveva ricevuto una telefonata cortissima. La voce di sua madre, ferma come una lama di ghiaccio, si incastonò sottile fra il diaframma e i polmoni.  Un sillabare lento, senza pianti né sospiri, neutro come una nuvola bianca di oblio, lo inquietò più di qualsiasi grido straziante. Un liquido gelido gli scivolò nelle arterie, impossessandosi di ogni centimetro del suo corpo. Con un tonfo sordo il cellulare cadde sul cemento, disfacendosi in mille pezzi. Ora non aveva più contatti, nessun aggiornamento. Doveva fare i conti con se stesso, in quegli ottocentoventi chilometri lunghi ventotto anni. Mentre le montagne annegavano nelle tenebre, Filippo guidava sul crinale della vita, sotto la fioca luce di una luna che prendeva il testimone della sua folle corsa contro il tempo.

Dove arrivare, doveva farcela, prima che il sole sorgesse, prima che una nuova alba invadesse il cielo. Filippo sentiva insistente il rintoccare di un orologio a ricordagli che aveva sempre meno tempo. Odiava guidare di notte, il buio lo inquietava. Fin da bambino ne aveva paura, gli sembrava di annegare nel vuoto della sua camera. Per fortuna c’era sempre papà al suo fianco, si era addormentato accanto a lui ogni sera, per dodici anni. Si accovacciava sulla sedia di vimini vicino al suo letto, nonostante la stanchezza e il volto ancora bruciato dal sole o scavato dalla pioggia. Con costanza e infinita pazienza. Sua madre lavorava al ristorante e rientrava  all’una di notte.

“Papà, ho paura del buio” gli diceva, gli occhi gonfi e aperti a fissare il nero del soffitto.

“Quando non si vede, si sente di più. La senti la mia mano, Filippo?” il papà gliela stringeva forte “Il buio ci ricorda che dobbiamo chiudere le palpebre, e immaginare le cose più belle. Solo la notte ci permette di sognare. Provaci Filippo, chiudi gli occhi, cosa vedi adesso?”

“Non vedo niente”.

“Concentrati Filippo”.

Lui allora si sforzava e vedeva prima un colore, poi una cosa. “Vedo il rosso. Il rosso fiammante di una bicicletta nuova”, oppure “L’oro. Il colore della carta dei regali sotto l’albero di Natale”, oppure “L’azzurro di una piscina dove mi tuffo all’infinito”.

Nella sua infanzia suo padre era il più grande degli eroi. Titaneggiava nel suo cuore bambino come quelle gigantesche statue venerate da migliaia di fedeli. Suo padre rappresentava qualcosa di mitico, colui in grado di realizzare i sogni, colui che  allontanava le paure, che lo proteggeva da qualsiasi calamità. Le sue spalle larghe e l’alta statura erano fonte di fascino. Sprigionavano ciò a cui ogni bimbo ambisce, la forza, la virilità, il coraggio.

Una notte suo padre aveva tratto in salvo un’intera famiglia che stava annegando per la violenta inondazione del fiume. Finì sulla prima pagina di tutti i giornali locali che lo osannarono come un salvatore. Il giorno dopo a scuola tutti si complimentarono con Filippo, il figlio dell’eroe di Borgo Sant’Angelo. Lui andava così fiero del suo papà e gioiva quando gli veniva detto che gli assomigliava nei lineamenti e, soprattutto, nel carattere risoluto. Cosa fosse successo poi se lo chiedeva con insistenza ora, immerso nel vortice lattiginoso che si sprigionava dal Danubio all’altezza di Ingolstadt.

Chissà perché a un certo punto della propria vita, verso i sedici anni, ci si scontra violentemente con la realtà, si fa un frontale con il mondo. Come in un’esplosione si polverizzano tutte le certezze che avevano alimentato il meraviglioso fuoco della giovinezza. Per qualche arcana ragione gli dei scendono dal piedistallo e tornano ad arare i campi. Sì perché non era altro che quello suo padre: un contadino.

Filippo si svegliò una mattina e sentì acre l’odore di letame che sprigionava la sua camicia a quadri. Per la prima volta gli parve così fastidioso da fargli venire la nausea. Stavano facendo colazione, come al solito insieme, dopo che suo papà aveva già trascorso tre ore in stalla a mungere le vacche. Venti mucche che ruminavano ventiquattro ore al giorno come un oboe stonato. Un’interminabile, logorante, litania di sottofondo. Filippo quella musica non la voleva più sentire. Provò sdegno per le unghie nere di suo padre mentre si spalmava di marmellata il pane. Le sue mani callose erano perennemente marroni, neanche con il disincrostante riuscivi a far andar via il colore indelebile della terra. Scuri rigagnoli di sudore si erano seccati fra le pieghe palmari e le falangi erano graffiate.

Quella mattina Filippo non riuscì a mangiare e decise che sarebbe diventato tutto fuorché quello, un agricoltore che viveva secondo i ritmi della natura e degli animali, che si addormentava alle nove di sera per svegliarsi alle quattro del mattino.

“Non hai fame?” gli chiese suo padre.

“No, non mi va nulla.”

Prese lo zaino e fu inghiottito dalla fitta nebbia nel tragitto verso la fermata dell’autobus, ad affrontare le sei ore di lezione seduto nella terza fila della 5C. Mentre il prof di storia spiegava l’età giolittiana, Filippo si sentiva addosso l’odore di campi, come una indelebile marchiatura a fuoco. Lui non era più il figlio di nessuno eroe, lui era il figlio di un garzone. Decise che doveva fuggire per purificarsi, altrimenti quell’odore gli sarebbe entrato dentro come a suo padre e non avrebbe più potuto liberarsene. Da quel giorno tutto ciò che l’aveva entusiasmato per diciotto anni, cominciò a fargli ribrezzo, tanto da provare un inspiegabile odio per la vita rurale. Da quella mattina di marzo parlò sempre meno con suo papà, le sue risposte si limitarono a centellinati monosillabi.

Mentre timidi fiocchi di neve si depositavano sui larici di Vipiteno, Filippo sentì una fitta di dolore trapanargli l’anima a ricordare quella muta colazione di dieci anni prima. Avrebbe voluto tornare indietro nel tempo, cancellare tutto il periodo invisibile dell’università e del master. Il tempo era trascorso veloce senza che lui avvertisse lo strappo squarciare la sua vita. Solo ora percepiva tutta la sofferenza di quella distanza. Solo ora, che suo papà stava per morire.  Duecentoventinove chilometri ancora lo dividevano da quel letto di ospedale in cui suo padre stava disputando l’ultima sua battaglia. Papà aspettami, gli gridava. Durante gli anni a Milano Filippo si era talmente concentrato su se stesso da dimenticarsi l’odore del fieno nel quale era nato, il sapore della ricotta e delle focacce prodotti in casa. Soprattutto si era dimenticato il viso dei suoi genitori che rientravano esausti dopo una giornata nei campi.

Dopo molto tempo li rivide il giorno della nascita di suo figlio Edoardo, cinquanta giorni prima. Suo padre aveva un volto diverso, segnato da rughe profonde. Assomigliava al vecchio pastore tedesco che gironzolava nella sua fattoria, con le orecchie abbassate, ormai stanco, ma sempre fedele. Gli occhi non erano cambiati, lo fissarono con gioia, con una profonda riconoscenza per averlo reso nonno. Da quella sera di gennaio qualcosa era cambiato, sarebbe iniziata una nuova era, non solo perché un bambino era venuto al mondo. Nello sguardo luminoso che si scambiarono mentre gli mostrava fiero il suo neonato, Filippo percepì un’ondata di bellezza. Come se un vento potente e meraviglioso avesse cancellato ogni rimasuglio dell’indifferenza degli anni passati. Finalmente ogni cosa era tornata a suo posto, là dove c’era già lo stampo pronto per accoglierla, dimenticando il periodo di assenza. Perché quando è il cuore a ricominciare, questo fa saggiamente tabula rasa di ogni bruttezza, gettando l’oblio sulle parole non dette, sulle risposte non date. Filippo e suo padre tornarono a parlarsi, come se gli anni distanti altro non fossero stati se non un lieve inciampare, una sciocca parentesi, ormai soffocata nel nulla.

Tuttavia, proprio nel momento in cui le cose giravano per il verso giusto e entrambi godevano finalmente di una ritrovata armonia e complicità, quattro giorni prima Filippo aveva dato il peggio di sé. Una nitida immagine gli torturava il cervello. Il volto inespressivo di suo padre accasciato a terra. Nessun dolore, nessun rimprovero, nessuna parola. Questo lo afflisse ancora di più perché gli occhi liquidi gli chiedevano: “Ma perché l’hai fatto?”.

Delusione, quel sentimento acre che si insinua con stridore nel cuore. La consapevolezza di essere sceso in basso, tremendamente in basso. Si guardò i pugni, chiedendosi come fossero stati capaci di un simile folle gesto. Si fece schifo, perché non era stato capace di controllare i suoi istinti, si era ridotto allo stato animale, senza che la sua mente fosse stata in grado di fermarlo, per lo più per un motivo così stupido e meschino.

Mentre guidava nella notte gli pareva di scorrere lungo un’arteria compressa da buie pareti contratte. Gli venne in mente una testina rossa coperta di lanugine, premere per venire al mondo. Il volto stremato di sua moglie, il desiderio di partecipare a quel dolore affinché lei ne provasse meno. Suo figlio doveva sgusciare da quel corpo caldo che per nove mesi l’aveva accolto. Rivide quel bambino lottare per vedere la luce per la prima volta, vivere ciò che non ha uguali nell’esistenza umana. In quel momento Filippo capì di essere testimone di un miracolo, perché non c’è niente di più forte che assistere a una creatura nascere, staccandosi da un’altra. La medesima sensazione che doveva aver provato suo padre in una sala travaglio ventotto anni prima.

“Ti ho fatto nascere io” gli ripeteva sempre quando era piccolo. All’ostetrica, interdetta dalla sua intraprendenza, suo padre rispose: “Signorina, ho fatto nascere ventidue vitelli, pensa davvero che non sia in grado di far nascere mio figlio?” Filippo avrebbe voluto rinascere di nuovo, avere a disposizione una vita davanti per ricominciare da capo, affrontare suo padre con la consapevolezza che ogni giorno potrebbe essere l’ultimo. Proprio come quello che stava vivendo.

Le distese dei campi si susseguivano senza soluzione di continuità, intervallati da diroccati casali disabitati da tempo, stanche sentinelle della gloriosa storia passata. La sua città lo accolse intorpidita, ancora soffocata dal buio. L’auto rombava nella provinciale, illuminata solo dalle fioche luci dei panifici, gli unici esercizi già operativi. Vide troneggiare nella pianura l’edificio più alto, ospedale di quattordici piani, a ricordarci che il posto dove nasciamo è lo stesso di quello in cui moriamo. La vita, un bellissimo cerchio che si solleva nell’aria leggero come una bolla di sapone.

Posteggiò l’auto nel parcheggio semivuoto e corse a folle velocità lungo la rampa, l’ingresso, i corridoi. Poteva solo sperare che non fosse troppo tardi. Non sentiva il sudore, il freddo, la tachicardia. Piano ottavo, stanza undici. Tremava e gli pareva di esplodere, ma il suo corpo l’aveva abbandonato, era solo un fantasma mentre apriva la porta che cigolò raschiando il suo cuore. Sua madre china sul letto con il Rosario in mano, si fermò dal sillabare l’Ave Maria appena lo vide entrare.

“Papà” la sua anima si accartocciò su se stessa come si fa con qualcosa prima di gettarlo sul fuoco a bruciare. Lentamente le sue palpebre si aprirono. Per alcuni lunghissimi secondi lo fissò senza parlare.

“Filippo” sussurrò.

“Papà. Scusa, papà.”

Un leggero sorriso invase il suo volto: “Ho paura” disse a fatica.

“La senti la mia mano, papà?” Filippo gliela strinse forte. Era rosea e fresca, come un fiore appena colto. Come se non avesse zappato la terra ogni giorno per cinquant’anni. Filippo trasalì, la sentì liscia e strana. Non c’erano più solchi né macchie, venivano restituite così come erano state date. “Non avere paura papà. Sono qui con te. Pensa a qualcosa di bello.”

I suoi occhi erano stanchi, e talmente gonfi che ci si poteva vedere tutta la sua vita scorrere meravigliosa come acqua che purifica.

“Ti voglio bene papà.” Filippo lo abbracciò forte, inspirò a pieni polmoni affinché gli entrasse  l’odore dei campi che sempre suo padre emanava e gli rimanesse dentro in eterno. Ma suo padre non sapeva più di quello, sapeva di bianco.

Con dolore le prime luci dell’alba invasero il cielo squarciandolo in due. Una rondine lo solcò lungo la linea dove la notte diventa giorno. Il primo di primavera.