RACCONTI INEDITI SENIOR – Tema: Quello che le donne non dicono

1° classificato

 

LE FRAGILI NOTE di Gianni Gandini

 

«Quanto tempo, dottore?» I fogli disposti sulla sua scrivania sembrano non trovare una precisa collocazione.

«Gli ultimi esami non sono andati come avevo sperato.»

«Quanto?» dico alzando leggermente la voce.

Il medico abbassa lo sguardo e sospira. «Un mese, due. Non di più.»

Chiudo gli occhi e ascolto il battito del mio cuore accelerare paurosamente. Non pensavo rimanesse così poco tempo. Esco dalla sala e raggiungo Manuel e mia figlia nell’atrio sottostante. Sara mi si getta tra le braccia, felice.

«Andiamo sulle altalene del parco?»

«Non ora, piccola», dico incrociando lo sguardo preoccupato di mio marito. «Devo tornare al lavoro. Ci vediamo stasera.»

Quando si supera l’ostacolo iniziale e si affrontano le prime battute della partitura, nessun particolare pensiero attraversa la nostra mente, ma senza rendercene conto abbiamo già cominciato il nostro faticoso percorso. Nel brano che stiamo cercando di far nostro, non dobbiamo dimenticare che, anche in una fase di prima lettura, tutto ciò che memorizziamo, note, posizioni, sincronizzazioni, non deve avvenire in modo superficiale. È uno degli errori più frequenti. La nostra mente comincia a immagazzinare e sistemare da subito quello che suoniamo, ed eventuali correzioni future ci costeranno fatica in più.

Sara è nel suo lettino e mi ascolta attenta mentre suono al pianoforte. «Mamma, dove si nascondono le note che escono dal pianoforte?»

«Non lo so, piccola.» Da parecchi mesi, per Sara, eseguo brani che sono per lei una sorta di ninna nanna serale.

Nella fuga che sto affrontando mi fermo diverse volte, incespicando in alcuni passaggi. Non riesco a concentrarmi.

«Perché sbagli tanto? »

«È un brano difficile e lo sto imparando», dico prendendo un profondo respiro e tornando sui tasti. «Adesso mamma ricomincia da capo, cercando di fare meno errori.»

Una linea melodica appare in solitudine tra le prime battute della partitura, lenta e decisa nel suo incedere. Sa di essere al centro dell’attenzione, ma non lo sarà per molto. Questo tema iniziale e solitario sarà circondato, seguito, rincorso da altre voci, in un gioco d’imitazione continua, all’interno della fuga , particolare tecnica compositiva che, a torto, è considerata una forma o un genere musicale. In una delle battute centrali, un particolare passaggio mi costringe a cercare una diteggiatura adeguata, ma non sono convinta della soluzione trovata. Decido di sospendere l’esecuzione e mi avvicino alla piccola.

«Mamma, hai gli occhi stanchi, con il nero intorno.»

«È vero, quando sono stanca divento brutta.»

Sara mi prende il viso tra le sue piccole mani. «Tu sei la mamma più bella del mondo. »

«Se mi dici così mi sciolgo.»

«Non puoi scioglierti, mamma, non sei un gelato.»

Sorrido dandole un leggero bacio. «Buonanotte piccola mia.»

Raggiungo mio marito in cucina e mi lascio sedere, esausta, senza più energie. Nessuno dei due ha voglia di parlare.

Occorre conoscere molto bene la partitura, ciò che andiamo ad affrontare, i possibili rischi, il grado di difficoltà tecnica, per avere la certezza di potercela fare, di essere in grado di eseguirla correttamente per il tempo che ci viene concesso. Non possiamo escludere una dose di rischio, di possibile insuccesso, perché è nella nostra natura scegliere, ogni volta, un percorso che abbia gradi di difficoltà più elevati del precedente. Lo facciamo per superare i nostri limiti, migliorare l’esecuzione, sapere dove ci è possibile arrivare, quale traguardo siamo in grado di raggiungere.

Tutto ciò che non dico, è nella musica che eseguo. Quando suono, con il tocco che imprimo sui tasti, con le pause, gli accenti, la dinamica con cui interpreto un brano, mentre credo di far musica, in realtà sto parlando di me. La musica ci parla di noi, della nostra vita, ci mette in contatto con i nostri pensieri più segreti. E la fuga è una forma contrappuntistica nella quale un soggetto trova le sue risposte, quindi non è altro che la risposta adeguata a una domanda ben precisa. Non posso fuggire da ciò che è inevitabile.

«Mamma, cos’hai, non stai bene?» Sara si è avvicinata e si è seduta sulle mie ginocchia.

«Oggi mamma è stanca», dico accarezzandole i sottili capelli. «Ha la testa pesante.»

«Perché è pesante? Che cosa ci hai messo dentro?»

Quando si affronta una partitura complessa occorre possedere una forza interiore che ci porti dritto fino alla fine senza farci travolgere dai vari ostacoli che troveremo sul nostro cammino. Se impattiamo in un passaggio particolarmente difficile, è importante non perdere la concentrazione, riprendere l’equilibrio e mantenere l’assetto giusto per affrontare quello successivo. Può capitare a chiunque di non essere precisi, ma occorre essere più forti dell’errore, non dobbiamo subirlo, non dobbiamo averne paura. Gli ostacoli fanno parte dell’esecuzione e l’unico modo per arrivare in fondo è superarli tutti.

Johann Sebastian Bach, a ben pensarci, ha scritto sempre e solo fughe: anche la solennità di una Corale, o l’incedere della linea melodica di un’Aria, sembrano invocare una risposta o prendere voli contrappuntistici. E ha continuato a scrivere fughe, anche quando l’avanguardia dell’epoca si orientava verso avventure più melodiche, considerandolo superstite di un periodo ormai tramontato. Sono passati secoli da quelle composizioni, eppure le note che sto suonando sembrano richiamare una percezione originaria, il timbro di una voce, una preghiera a me cara, il calore di un contatto, il profumo di qualcuno che canta.

Se vogliamo avvicinarci al senso della musica dobbiamo pensare a un profumo, un colore, un sapore: qualcosa di assolutamente privato che innesca pensieri ed emozioni. Nonostante la stanchezza e la mancanza di energia, le dita paiono aver memorizzato le posizioni sulla tastiera e il contrappunto sembra non rompersi. Sara ha improvvisato un girotondo intorno al piano e poi si è messa a ballare. Infine si è seduta vicino a me e alla chiusura del brano è partito un applauso:

«Brava mamma. Sei arrivata fino in fondo senza fare errori.»

«Ora a nanna, piccola mia.»

Mi ha abbracciato e si è infilata nel suo lettino, addormentandosi poco dopo. L’ho guardata a lungo prima di scendere in salotto. Mi sono seduta vicino a Manuel e gli ho preso le mani.

«Ho annullato tutti gli appuntamenti, i concerti, le lezioni.» Lui ha annuito stringendo con forza le mie dita.

Dopo i primi ostacoli superati e con la sensazione di aver preso un buon ritmo di esecuzione, può succedere che alcuni pensieri si affaccino alla mente. Niente di più sbagliato. Qualsiasi distrazione potrebbe costare cara e anche una sola nota fuori dalla partitura potrebbe compromettere l’esecuzione. Giunti in prossimità delle battute finali non bisogna far calare la tensione o lasciarsi distrarre da altro. Occorre rimanere costantemente concentrati sul ritmo dei nostri gesti e l’interpretazione di ciò che stiamo eseguendo.

Seduta sopra una panchina del parco, osservo la piccola che dondola sull’altalena, mentre Manuel le gira intorno. Siamo una famiglia apparentemente felice, come le molte altre che popolano il verde pubblico in questa soleggiata giornata. Chiudo gli occhi e respiro con calma, cercando di allontanare i pensieri. Vorrei fosse solo un sogno, così da potermi risvegliare senza l’eco delle parole del medico nella mia testa. Devo indirizzare i miei pensieri altrove. Penso alle prime battute del contrappunto, nucleo tematico originario dell’Arte della Fuga, il re e il la di 2/4, seguiti da altri 2/4, fa, ancora re e poi quell’inaspettato do# che spinge la melodia fino al fa successivo, prima che l’universo di variazioni apra il suo corso.

Non riesco a pensare al vecchio Bach, anziano, quasi cieco e già ai margini del suo tempo. Per capire l’infanzia di un’opera, devo pensare all’infanzia di Bach. Non si può capire la fine senza aver compreso l’inizio. E così ho immaginato un bambino, un bambino dell’età di Sara che corre in quelle vecchie casette di Eisenach,  sempre così piene di segreti. Ecco il primo infinito mondo di fantasia di quel bimbo: gli irraggiungibili angoli, la stravagante borchia della porta d’ingresso, la cappa nera sopra il focolare nella cucina a volta, il pallido bagliore dei paioli, gli indimenticabili odori di arrosto. Lo sguardo di quel piccolo si posa anche sulle scure travi dei soffitti, ma soprattutto sugli strumenti musicali, davvero tanti tra quelle mura: liuti, le viole con le teste d’angelo e di leone, e il luccichio dell’ottone delle trombe alle pareti rivestite di tavole.

In nessun caso, nemmeno dopo aver ascoltato il vero Opus Ultimum di Bach, nell’Arte della Fuga, intriso di tutta la sua sublime grandezza musicale, dovremmo trovarci davanti a un “ultimo pezzo”. Perché dentro quel brano non c’è la fine, ma l’inizio, il passato e il futuro.

È indispensabile che la nostra corsa non ceda a rallentamenti e occorre mettere in gioco tutte le energie spendibili. Dare il massimo che posso dare, significa aver fatto tutto il possibile per avvicinarmi a una perfetta esecuzione. Tuttavia, in ogni esibizione pubblica, gli elementi che possono disturbare l’esecuzione sono innumerevoli, e quello che ci ripetiamo mentalmente, ogni volta che siamo ai blocchi di partenza, non corrisponde quasi mai a quello che succederà durante un concerto.

Il medico ha cercato di spiegarci ciò che non si può spiegare. Una piccola anomalia, diceva, un congenito difetto cardiaco non operabile e destinato a crescere in modo irreversibile, con la crescita della bambina. Ancora uno, due mesi, non di più. La prognosi del medico alla fine si è avverata: Sara è morta nel sonno senza nemmeno accorgersene. Seppur consapevoli da tempo, né io né Manuel eravamo preparati a un simile sofferenza. Questo evento ci ha distrutti, allontanati, innalzando un muro che separa i nostri reciproci dolori.

Suono il Contrapunctus I di Bach ogni sera. Nelle prime battute vedo Sara mentre gira intorno al pianoforte, quando sopraggiungono le seconde e le terze voci, eccola roteare su sé stessa e poi a metà del brano la osservo ballare goffamente, ridere, e lasciarsi cadere a terra. Quando finisco di suonare è proprio di fianco a me che ripete la stessa identica frase: «Brava mamma. Sei arrivata fino in fondo senza fare errori.»

La sento, la vedo e so che vive ancora tra le note di quel brano, perché ogni volta che suono, Sara è qui, vicino a me. Non so dove si nascondono le note, ma mi piace pensare che suonando, loro ritornano, come un dono prezioso. È il regalo più dolce che una figlia possa fare alla propria madre: tornare da lei trasformandosi in musica.