RACCONTI INEDITI SENIOR – Tema: Quello che le donne non dicono

2° classificato

(Si inserisce il racconto secondo classificato a causa della squalifica post-finale del primo classificato)

LA SIGNORA DEGLI SCONTRINI di Lisa Laffi

 

 

La vita in provincia o si ama o si odia. A me incuriosisce. Forse perché non l’ho mai vissuta davvero da adulto. Dopo cinquantacinque anni trascorsi a Milano, strizzato dal lavoro come un calzino in lavatrice durante la centrifuga, due anni fa decisi che era arrivata per me l’ora di riposarmi un po’ su uno stendino.

A dirla tutta, e giusto per completare la metafora del calzino, devo dire che ero, mio malgrado, rimasto spaiato. Bianca, la mia dolce e silenziosa compagna di vita aveva smesso di danzare con me nel folle ritmo di Milano e per me non aveva senso continuare a sentire quella musica sincopata senza di lei. Meglio la calma melodia del mio paese tra le valli del Cadore, mi ero detto.

Duemiladuecentonove anime. Tante ne contava quando lo avevo lasciato e, per uno strano scherzo del destino, tante ne trovai al mio ritorno. Almeno a dar credito a internet. Ovviamente non erano tutti gli stessi. La mia maestra delle elementari, per esempio, non c’era più. Era scomparso anche don Rodolfo che a suo tempo mi aveva dovuto somministrare tre sacramenti, nonostante mi considerasse il braccio destro di Lucifero. Non aveva torto se penso a quando avevo sostituito nel tabernacolo le ostie consacrate con i crackers integrali di zia Lucia.

Al mio ritorno mi abituai a camminare un’ora al giorno e a stazionare qualche minuto al sole nella panchina di Piazza Garibaldi. Il mio tour si concludeva immancabilmente con il supermercato del paese. L’appellativo di supermercato forse è un po’ esagerato per un esercizio con dieci corsie e tre casse, ma i clienti che lo frequentavano erano numerosi come in un centro commerciale ben più grande. All’inizio mi ero chiesto perché e avevo studiato i prezzi e le promozioni, chiedendomi se mi stesse sfuggendo qualcosa. Poi mi ero accorto che non c’era nulla speciale nel costo dei prodotti. Ma c’era lei.

Anna aveva mani affusolate, che si muovevano con velocità e leggiadria. Tutto in lei era raffinato e composto, i capelli dai riflessi argentei ricordavano quelli di una sacerdotessa antica, ma nessuna libertà era loro concessa, tenuti prigionieri com’erano in una crocchia impeccabile. Per lei era importante la precisione e nulla doveva turbare la sua abilità sul lavoro. Quando iniziava, nonostante fosse palesemente la più vecchia, sembrava non sentire la fatica e un sorriso malinconico le solcava il volto. Non era una ballerina e nemmeno una pianista. Anna Bizzi non aveva il suo palcoscenico a teatro, ma alla cassa numero 3 del supermercato di via Melloni.

Nessuno ricordava di averla mai vista in un’altra postazione. Cassa numero 3. Ogni giorno. Mai un certificato di malattia o un’ora di permesso. Chi andava al supermercato era certo di trovare i pomodori nel reparto ortofrutta, la carta igienica alla corsia 6, i sughi alla 9 e Anna Brizzi alla cassa 3.

Appresi che viveva sola in una casa in fondo al paese, che amava stare appartata e che i quattro direttori che si era succeduti al comando del supermercato avevano sempre accettato le stranezze della “Signora della cassa 3”. No, non erano convinti dai suoi sorrisi o dalle sue lusinghe, ma dalla clientela che le si era fidelizzata. C’era gente che veniva da ogni parte del Cadore per lei. Non perché passasse la merce sul lettore più velocemente di tutte le altre. Anna spostava sì i prodotti sul nastro a ritmo sostenuto, ma era ciò che succedeva dopo che attirava la clientela.

Staccato lo scontrino, la “Signora della cassa 3” guardava l’acquirente negli occhi ed era proprio in quel momento, con il compratore tra le borse della spesa e la cassiera pronta al congedo, che avveniva la magia. Anna tirava fuori la penna dal taschino e scriveva una piccola frase sul retro dello scontrino.

C’era chi si trovava una poesia, chi tre versi, chi appena un paio di parole, ma tutti uscivano dal supermercato con un prodotto in più. Più prezioso dei funghi comprati nel reparto gastronomia. C’era chi faceva addirittura la collezione degli “scontrini della Signora della cassa 3”, che non erano mai uguali. Un giorno sentii la conversazione tra due casalinghe che si chiedevano se non fosse una fattucchiera visto che sapeva leggere nei loro cuori e nelle loro teste.

Inutile dire che la fila che partiva dalla cassa 3 era sempre la più lunga, ma nessun cliente si era mai lamentato. Anzi. Un giorno il mio compagno di panchina in piazza Garibaldi mi aveva raccontato che un incauto direttore, sedici anni prima, aveva punito Anna spostandola nel reparto salumi e che ne era nata una sorta di rivolta tra i clienti. Tutti avevano boicottato il supermercato per farvi ritorno solo quando la donna era tornata alla sua amata cassa 3. Io non sapevo se questa storia fosse vera, ma ben presto iniziai a pensare che le due casalinghe che parlavano di magia non avessero torto.

Sono ormai mesi che ogni giorno entro nel supermercato solo per vedere Anna e ricevere un suo scontrino. Potrei benissimo comprare tutti i prodotti che mi servono una o due volte alla settimana, ma c’è qualcosa che mi spinge a non farlo. E’ un piacere sottile quello che mi porta a camminare lentamente tra le corsie, a guardarla lavorare e a ricevere dalle sue mani affusolate l’agognata poesia. Comprando uno o due prodotti alla volta, ricevo piccoli scontrini e altrettanto corti sono i suoi pensieri, ma per me sono piccole perle.

Tre settimane fa dietro allo scontrino c’erano solo due parole. Le ho letto poco prima che lei mi guardasse negli occhi e mi salutasse. Erano “Tenerezza infinita”. Ho pensato a quelle due parole tutta la notte, chiedendomi se è ciò che lei prova per me o io per lei. Forse è ciò che si legge ancora nel mio cuore per Bianca o forse ha decifrato ciò che provo per la mia placida e bianca terra d’origine. Quella notte non ho risolto l’enigma, ma ho capito che, dopo anni di inattività, il mio cuore ha ricominciato a battere per qualcosa. Il ritorno alla mia terra aveva fatto il miracolo: vibravo di emozioni e di voglia di fare.

Nei giorni successivi, mentre passeggiavo per le corsie, afferrando poi il primo oggetto che mi capitava tra le mani, pensavo che l’avrei dovuta invitare a fare una passeggiata. E ogni volta, puntualmente, il coraggio svaniva alla cassa, quando osservavo i clienti dietro di me, i prodotti mal assortiti che avevo buttato casualmente nel cestino e i suoi malinconici occhi verdi.

Due giorni fa, al termine di una spesa leggermente più oculata, Anna mi ha allungato uno scontrino più lungo. Dietro c’era scritto: “Non si è mai troppo vecchi per ricominciare a vivere. La paura è stupida. È così che nascono i rimpianti”. Ho pensato a queste parole tutta la notte e stamattina ho preso una decisione. Ho modificato il mio tour: piazza Garibaldi è stata sostituita dalla vecchia radura erbosa in cui mi piaceva tanto andare a nascondermi da bambino. Ci ho messo un po’ ad arrivarci, in fondo ho settantasei anni e non ho mai curato la mia forma fisica, ma alla fine ho trovato quello che cercavo. Ho raccolto cinquantacinque ranuncoli, uno per ogni anno passato lontano dalla mia terra e li ho messi in un vaso che avevo comprato un mese fa senza nemmeno sapere perché. Sono entrato nel supermercato. Mi sono diretto spedito alla cassa 3. E sono rimasto di stucco. Poco c’è mancato perché il vaso non cadesse a terra e i ranuncoli si spargessero lungo tutto il pavimento.

Anna non c’era. Al suo posto una ragazza minuta, con il volto coperto di lentiggini e una crocchia deliziosa. Ma non d’argento. Sono rimasto a guardarla forse alcuni minuti, fino a sobbalzare quando una mano mi si è appoggiata sulla spalla.

<Signor Piller, Anna le ha lasciato questa> l’imponente magazziniera che tante volte mi aveva osservato di sottecchi mi ha regalato un sorriso e una lettera.

<Anna… lo scontrino…> penso di aver borbottato.

<Ieri sera il cuore le ha ceduto… Sa, era un po’ che non stava bene. Era alla sua cassa… Quando abbiamo raccolto le sue cose abbiamo trovato questa busta con il suo nome>.

Una lacrima le è scesa lungo le gote paffute e un altro mesto sorriso si è fatto strada nel suo volto. “Tenerezza infinita”. Le ho consegnato il vaso con i ranuncoli, ho preso la lettera e sono corso via.

“Avrei voluto avere più coraggio. Avrei voluto parlarle, fare con lei un giro per il nostro piccolo paese e prepararle qualche pietanza con i prodotti che le piacciono di più. Compra sempre le olive, lo zafferano e il formaggio stagionato. Non so quale ricetta le avrei fatto con questi ingredienti, ma magari qualcosa mi sarei inventata. Io riesco a creare tanto quando c’è da scrivere, ma se i miei pensieri devono tradursi in parole, rimango muta. E’ una battaglia la mia che non sono mai riuscita a vincere. Ci provo da tanto tempo… Prima di vederla – me ne rendo conto solo ora – non avevo mai voluto davvero sconfiggere il mio nemico. Ho sempre avuto comunque l’amore della gente nella mia piccola cassa numero 3. Solo qualche mese fa mi sono accorta che non mi bastava più. Da lei mi piacerebbe avere di più, ma non so se riuscirò… Se leggerà questa lettera è perché probabilmente sarò stata sconfitta da qualche nemico ancora più potente della paura. La invito a non fare lo stesso errore e a non averne mai.

Teneramente sua, Anna”

Ho appena finito di leggere l’ultimo scritto di Anna. Penso a quanto siamo stati stupidi: due vecchi che si sono comportati come due ragazzini. Non abbiamo capito quando era ora di parlare e quando di scrivere. Ci siamo fatti vincere dalla paura e dall’apatia.

Ogni istante della vita deve essere vissuto al massimo, ogni nostro limite va vinto, rinviare è sbagliato, perché potrebbe non esserci più tempo per imparare ciò che non sappiamo fare. Guardo le frasi e le poesie di Anna che ho attaccato a un pannello di sughero sul muro. Lei sapeva fare due cose molto bene: scrivere e parlare al cuore delle persone. Voglio che lo faccia ancora. Voglio che la sua battaglia non sia persa.

Due giorni fa mi è arrivato il pacco. Ho rinviato la sua apertura, perché i difetti sono duri a morire, ma ora è giunto il momento di riabbracciare Anna. Con la mano tremante taglio lo scotch e tolgo l’imballaggio. Una lacrima cade sul libro di poesie, che è diventato da qualche settimana un piccolo caso editoriale. Si intitola “Quello che le donne non dicono (ad alta voce)” ed è firmato Anna Bizzi. L’editor della casa editrice a cui ho raccontato la storia della “Signora degli scontrini” si è innamorato subito di lei, come era capitato a me, e molti lo stanno seguendo.

Con le sue piccole perle Anna sta insegnando a dare importanza alle cose semplici e a non fermarsi all’apparenza. Scorro velocemente le pagine, riflettendo sul fatto che sta davvero parlando a tanti. Leggo le parole “Tenerezza infinita” e non mi rimane che sorridere.